“A HELPFUL GUIDE TO NOWHERE”: La nuova monografia di Giacomo Costa

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Dopo “The Chronicles of Time” (Damiani 2009) che definiva il percorso evolutivo dell’opera di Giacomo Costa arrivando fino al 2008 includendo la Biennale di Venezia, ora l’artista presenta la sua nuova monografia “A Helpful Guide to Nowhere” (Damiani 2020) che è scandita per temi, di conseguenza ogni capitolo include opere di anni diversi, dal 2003 fino ai progetti più recenti come “Landscape” ,“Time(e)scapes” e “Atmosfera”. All’interno un’intervista di Luca Beatrice che propone un vivace scambio dialettico con Giacomo Costa.

La temperie del “post-umano” (di cui parla diffusamente il filosofo ed etologo Roberto Marchesini)è certamente presente nella cifra stilistica dell’artista. Postumane sono le immagini create che richiamano mondi distopici ispirati proprio a quel filone di fantascienza che ha avuto il suo apice in scenari alla “Blade Runner” o “Matrix” e in autori come Isaac Asimov, Philip Dick o William Gibson, mondi affascinanti seppur inquietanti, dove l’artista riesce a creare una visione dove è presenta quella liricità che per coinvolgimento emotivo ricorda la tragedia greca così come quella shakespeariana. La vertigine e il senso di precarietà che trasmette “Atmosfera n.1”(2018) sono attraenti seppur inquietanti nel loro incerto equilibrio.

“ATMOSFERA N.1,2018”

Postumane sono le tensioni e le preoccupazioni verso il domani, come nei futuri futuribili di Costa, che paiono un presagio dal tono visionario. In questo senso è indicativo il titolo del libro, col quale l’artista sembra dichiarare “Vedo questo mondo in crisi, non ho una risposta o una soluzione, mi limito a dire, tramite la mia opera, che le cose non vanno bene.”

L’uomo è solo apparentemente assente nelle opere di Costa: in realtà è ovunque, infatti l’artista usa l’architettura per descrivere l’essere umano, che, autoelettosi padrone assoluto, ha modificato e abusato dell’ambiente come una cellula impazzita nel grande organismo della Terra, costruendo megalopoli di edifici dove la natura viene vista come un’alterità che difficilmente si rapporta con l’umano, come in “Atmosfera n.6”

“ATMOSFERA N.6, 2019”

L’errore antropocentrico ha portato l’uomo a considerarsi centro dell’universo e a ridurre la natura a puro scopo utilitaristico, in una visione antropoplastica.

Al contrario dobbiamo accettare di avere una capacità limitata di capire e controllare la natura: essa sussiste di per sé, non ha volontà. Noi siamo ospiti di questo mondo, non ne siamo l’essenza.

Attraverso la tecnologia, usando diversi programmi, da Photoshop al più recente Houdini, l’artista considera il computer un’estensione di sé stesso che egli usa per esprimersi. E con l’evoluzione della tecnologia cambia anche la sua opera.

La rivoluzione digitale e tecnologica da un lato ha fatto emergere un senso di incertezza e transitorietà, consegnandoci a quella condizione liquida di cui parla Bauman, che definisce la contemporaneità attanagliata tra consumismo e globalizzazione. Però dall’altro lato emergono nuovi scenari e nuove possibilità per il futuro. E’ quello che si auspica anche l’artista che, sa da un lato è pessimista e non ha molta fiducia nell’essere umano, dall’altro è ottimista nel proposito che attraverso le nuove tecnologie si possano diffondere ed attuare azioni e pensieri propositivi che ci faccia realmente chiamare in causa nell’attuare una serie di comportamenti che possano concretamente aiutare il pianeta.

Una nuova cultura per la techne: l’uomo è portato a pensare che attraverso la techne egli possa sbarazzarsi della condizione animale, pensiero che porta inevitabilmente a credere che le nuove tecnologie siano uno strumento di dominio sulla natura. Non è così. Non si deve ragionare in termini binari contrapponendo natura e cultura, ma comprendere che siamo responsabili del grande organismo di cui facciamo parte che è la Terra.

Rebecca Delmenico