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Grazia Varisco | Algoritmi sentimentali

⏰ lettura 8 min.


Grazia Varisco2017 – Triennale MilanoPh. Thomas Libis 

Grazia Varisco crea dal 1957. Unica esponente femminile (e possiamo dire, la più coerente) del Gruppo T, formato da studenti di Brera e della Scuola Artistica di Achille Funi, dal 1961 al 1967 ha anche lavorato nell’ufficio grafico di Rinascente, Abitare, Kartell e Piano Intercomunale Milanese. Nelle sue opere non inserisce nulla di personale ma, nonostante questo, è chiaro quanto i concetti derivino da fatti ed eventi quotidiani. Le sue opere, negli anni, hanno assunto forme sempre più semplici ed archetipe per arrivare ad un segno che contenga “tutto”; sempre legata all’Arte cinetica e più precisamente a quella programmata, nonostante dagli anni ‘70 si possa notare come sia passata ad una ricerca più libera e personale. Quella che segue è la rielaborazione sotto forma di intervista di una lunga e simpatica chiacchierata telefonica.

Filo rosso G – 2009, tre elementi in ferro e tondino verniciato, 64×49 cm. cad.

Vincenzo Chetta: Buongiorno Grazia, sono veramente entusiasta di poter fare questa chiacchierata con lei…

Grazia Varisco:Buongiorno Vincenzo, mi fa molto piacere questa intervista con voi di BIANCOSCURO. L’idea di parlare in “biancoscuro”, a me che lavoro sulla luce e sul tempo, è sembrata piacevole e divertente. È come se questa “O” fosse contesa dalle due situazioni di chiaro e di scuro, è interessante.

V.C.: Parlando del fermento milanese alla fine degli anni ‘50 con alcuni giovani artisti, ho percepito in loro il desiderio di vivere in quei tempi i loro inizi artistici, come se sentissero di poter vivere con più “gioia” la propria espressione rispetto a quello che riescono a fare oggi. Lei come ha vissuto i suoi primi anni da artista?

Spazio potenziale – 1976, legno, cartoncino nero, chiodi di acciaio, telai in ferro nero e bianco, 39×59 cm.

G.V.: Io ho vissuto la mia vita artistica con un entusiasmo grande, sicuramente senza problemi per il mio essere donna, il condizionamento maschile/femminile per fortuna l’ho sempre dato per scontato. Eravamo talmente tutti maschi e femmine condizionati dall’essere maschi e dall’essere femmine, che io non mi sono mai posta il problema. Piuttosto mi sono chiesta “perché non ci dovrei essere anche io?”. Devo ammettere che non amo particolarmente le cosiddette “mostre delle donne”, credo che tirandoci in disparte non facciamo altro che rimanere in disparte; mi sembra sbagliato il principio, è contro quello cui dovremmo aspirare. Se io sono in grado di competere con tutti, perché devo mettermi da parte? Sono lì e vado avanti insieme a loro, infatti sono stata l’unica donna nel Gruppo T.

V.C.: Il tempo, lo spazio, il pieno ed il vuoto, il caso e la regola, sono tutti aspetti che coesistono nelle sue opere lungo tutto il suo percorso artistico. Raccontando della sua nuova mostra a Fondazione Biscozzi | Rimbaud, mi hanno chiesto se trovo la sua espressione più “rigorosa” o più “libera”, lei come risponderebbe?

Extralibro 1975, cartone, cartoncino monolucido, pennarello nero, 72×75 cm.

G.V.: Mi trovo più soddisfatta di cosa tira in ballo i sentimenti. I sentimenti sono una cosa serissima, perché gli organi di senso sono tenuti in allerta dalla percezione, e la “Sensibilità Percettiva”, che è il titolo che il curatore Paolo Bolpagni dà alla mostra, mi sembra molto azzeccato. Ho insegnato Teoria della percezione a Brera per quasi trent’anni, per cui… Per fortuna io non ho mai insegnato la materia come è spiegata sui libri di testo, che la rendono un po’ arida. Mi sarebbe piaciuto che mi avessero chiamata a insegnare in qualità di artista che praticava la percezione in arte in modo attivo, non solo in modo didattico, e infatti gli studenti mi riconoscono questo, quando mi raggiungono capisco che ho fatto preso su certe cose e ne sono molto fiera.

V.C.: Ha citato la nuova mostra che la vede protagonista negli spazi di Fondazione Biscozzi | Rimbaud, come avete scelto le opere del percorso espositivo?

Variabile + Quadrionda 130, Scacchiera nera 1964, legno, vetro industriale, motore elettrico 54,5×54,5 cm.

G.V.: Siccome sono reduce da una mostra a Palazzo Reale a Milano, nella quale c’erano tutte le opere dal 1957 ad oggi, Bolpagni ha fatto un buonissimo lavoro di selezione, dalle prime cose che vorrebbero negare l’informale (del quale eravamo saturi, stavamo ancora pasticciando noi stessi con le conseguenze del periodo informale), ma che comunque si erano poi orientate verso la presenza del “tempo”. L’argomento “tempo” è valido su tutta la mia esperienza anche ad oggi, nel “tempo” ci sono delle cose molto interessanti da esaminare e sulle quali riflettere. Si fa in fretta a dire “prima e dopo”, ma è il “durante” che può avere connotazioni diversissime, di grande interesse e di grande utilità per capire come esercitare un’attività che sceglie l’immagine. L’immagine nel mio caso è un’immagine che si va ad azzerare nel tempo. Subito dopo il periodo cinetico, quando comincio a lavorare sulle “Extra pagine”, lavoro sul “CASO” che sottrae alla regolarità e alla presenza di qualcosa che comunque è inalterabile, come la rilegatura oppure la stampa di un libro. La casualità è determinante, infatti ho fatto delle mostre che si intitolavano “Se”. Il “se” è il dubbio, il mio dubbio a cui non so rinunciare, il dubbio che mi fa dire “quasi, forse…” , per me è proprio una presenza importante.

In mostra a Lecce alla Fondazione Biscozzi | Rimbaud sono presenti l’esperienza delle “Extra Pagine”, opere praticamente post-informale, opere che riguardano le “Tavole Magnetiche”, che raccontano l’esperienza dello spostamento nello spazio, per cui “prima, durante, dopo”, il tragitto che fa, il tempo che passa. Todo cambia. Andiamo a ripescare Ovidio che dice “Tempus edax rerum”, il tempo divora le cose, è il cambiamento che è in atto sempre. Io non sono la stessa di 5 minuti fa, e quello che mi circonda non è lo stesso, è tutto in costante modificazione. La Metamorfosi di Ovidio pone proprio l’attenzione a questi aspetti, ai tempi dei tempi. Pensi con che saggezza siamo raggiunti nel tempo da esperienze che sono valide sempre…

V.C.: Ad un certo punto, è arrivato l’interesse verso la scultura…

G.V.: Lungo il percorso espositivo di “Sensibilità percettive” possiamo osservare le Extra Pagine che si sottraggono alla regolarità e alla precisione della stampa e della legatoria del libro, Questo lembo che si sottrae all’ordine previsto è quell’elemento che mi fa registrare qualcosa che avviene e che diventa profondità. È da lì che inizio a interessarmi della scultura, per via di quel lembo di carta che si è sottratto al mio esercizio con la carta, al quale mi sono adattata dopo la costante presenza di tutti i materiali che gli oggetti cinetici richiedevano. Il perspex, il vetro industriale, la circolina al neon… Tutte cose che nel tempo mi sono sembrate ridondanti. Attenzione, non le nego assolutamente, ma c’è stato un momento in cui ho avuto bisogno di una pausa di riflessione, durante la quale mi sono messa a fare righette e puntini su un foglio a quadretti. Ecco che, per un gesto mio sbadato o per un colpo d’aria, il foglio si piega e salta fuori la profondità, per cui mi sono messa a lavorare sulla parte tridimensionale e sulla scultura.

Silenzi – 2006, ferro verniciato bianco, tre elementi, 70×50 cm.

V.C.: Tantissime sono le opere “senza titolo” o, ultimamente, quelle con titoli da “didascalia social”, che nulla rappresentano o indicano all’osservatore. I titoli dei suoi lavori hanno il sapore del “valore aggiunto”, nascono di getto o sono più ponderati?

G.V.: Finché sono stata nel Gruppo T, erano titoli esattamente tecnici, invece a me il titolo piace come conferma del lavoro e dell’emozione che mi dà il lavoro. Però, per l’opera che io chiamo “la prima” (presente in mostra), titolata “Tema e svolgimento”, ho scelto un titolo un po’ poetico che ricorda le prime prove di quando si comincia a fare il tema alle scuole elementari. Nel periodo cinetico invece tutte queste cose vengono un po’ azzerate, è tutto molto tecnico. Ho ripreso poi con molto entusiasmo a dare i titoli, fino al recente “Filo rosso”, un modo di dire comune che io ho vissuto come esperienza mia alla conclusione del mio lavoro in tempi recenti, anche se non è mai una conclusione vera, perché sto sempre aspettando di fare la cosa che “sto aspettando”.

V.C.: Crede che arriverà una nuova avanguardia, nuove sperimentazioni artistiche, o guardando la svuotata società odierna, si continuerà ad essere sempre alla ricerca del nuovo senza trovarlo?

G.V.: Le rispondo con il racconto di cosa ho vissuto, ad esempio, in Biennale, alla quale sono presente per la terza volta con lo stesso tipo di lavoro, dal 1964 al 1986, fino al 2022, sempre con un’opera cinetica luminosa. Le lancette dell’orologio hanno forse bloccato il tempo (che invece è attivo nell’opera)? Dato che è una messa a punto del periodo, non mi disturba affatto, però  è come se io sono fossi ancora lì a fare gli schemi luminosi. Noi ferme a quel tempo nella nostra sala/sacrestia, e intorno un contesto che mi è sembrato interprete della globalizzazione più irrefrenabile. 

Grazia Varisco, “Meridiana 2” (da Meridiana in nove versioni) 1974, legno, collage di cartoncini, porzione di perimetro mobile in ottone, 50×50 cm. Ph. Francesco Conti

V.C.: Il rapporto di un artista o di un creativo con le proprie opere è sempre ricco di sfumature, lei è innamorata di tutte le sue creazioni?

G.V.: Mi chiedono sempre quale sia la mia opera preferita, e io devo rispondere che ormai non me ne piace più nessuna, aspetto che arrivi quella nuova per apprezzarle ed elaborarle insieme. È sempre un’emozione così forte quando senti che ci sei in mezzo e sta per arrivare questa apertura che ti lascia soddisfatta, lo “stato di Grazia”, e chiamandomi Grazia Varisco, ha il suo perché!

V.C.: La ringrazio per il tempo che mi ha dedicato, sono sicuro che le sue parole e le sue considerazioni rimarranno nella mente dei nostri Lettori, è stato un onore.

G.V.: Grazie, è stato un piacere! 

Come anticipato dalla protagonista della Cover di questo numero di BIANCOSCURO, a Lecce, presso la Fondazione Biscozzi | Rimbaud è in corso la mostra “Grazia Varisco. Sensibilità percettive”, aperta al pubblico fino all’8 gennaio 2023. Con la cura del Direttore Scientifico Paolo Bolpagni, accolta con entusiasmo da Dominique Rimbaud, Presidente della Fondazione, questa piccola ma preziosa mostra ospita diciassette opere che raccontano la carriera artistica di Grazia Varisco, dalla fine degli anni ‘50 al 2009. La prima opera che incontriamo è la famosa “Tema e svolgimento”, che così descrive il curatore: “Semplice e lieve, quasi ‘à la manière de Paul Klee’, un rotolo di carta caduto e l’idea di trarre da un simile evento casuale lo spunto per un’interpretazione estetica”. Comincerà poi l’esperienza con il Gruppo T (insieme a Anceschi, Boriani, Colombo e Devecchi) la cui poetica era incentrata sull’idea della variazione dell’immagine nella sequenza temporale; ne sono esempio le Tavole Magnetiche, un invito al gioco che Grazia spiega: “Il gioco è un modo per imparare, è il mezzo per cominciare a capire dove stiamo nel modo, il gioco che ti rende libero con il pensiero per capire quello che stai imparando.”

+Rossonero- 1968, legno, vetro industriale Q.130, reticolo rosso-nero, 47×92 cm.

Conclusa l’esperienza del Gruppo T, l’artista prosegue il proprio percorso in autonomia, seguita da critici attenti come Ballo, Belloli e Dorfles. Negli anni Settanta sperimenta la manipolazione libera della carta e del cartoncino e l’apertura programmatica all’azione perturbante del caso, mantenendo sempre al centro l’analisi dei meccanismi percettivi. Nascono le Extrapagine e gli Extralibri, in mostra sono presenti quattro lavori che riguardano queste serie: “Meridiana 2”, ”Extralibro”, “Spazio potenziale” e Extrapagina “Spartito musicale”. Il curatore mette l’accento su “Gli Spazi potenziali”: “Segnano un altro momento importante: la Varisco qui si diverte ad aprire, scomporre e ricomporre i telai di ferro delle sue opere, in un’investigazione maieutica che implica anche un protendersi verso la tridimensionalità già riscontrato nella Meridiana, dove le strisce metalliche aggettanti creano l’immagine insieme con l’ombra da esse proiettata, in un meccanismo percettivo che è sempre mutevole e instabile”. Prosegue il viaggio cronologico lungo la carriera della Varisco, troviamo esposte le “Implicazioni B”  del 1986, “Incastro giallo” (1987) e “Fraktur – Ferro 1”  del 1997. Le opere successive sono poi datate negli anni Duemila, e sono i meravigliosi “Quadri comunicanti” del 2008 e “Filo rosso” del 2009. La mostra si chiude con “Silenzi” (2006), articolazione di piani e vuoti prodotta dalla sovrapposizione di semplici telai: un altro salto concettuale per interpretare il mondo di un’artista visionaria e ad alto tasso di creatività. Una location esclusiva ed una mostra coinvolgente, da non perdere. 

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