Igor Grigoletto ed il suo “alfabeto geometrico”

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È Igor Grigoletto il vincitore del primo premio nella sezione Scultura del BAC ‘21 – Biancoscuro Art Contest. Il prestigioso Premio Copertina è stato assegnato dalla Giuria BIANCOSCURO durante la Cerimonia Ufficiale al Grand Visconti Palace di Milano. 

Lacquered glass 004, 2019, smalti su vetro laccato,  80×80 cm.

L’artista ha convinto la Giuria con  “Lacquered glass 004”, opera nella quale la linea fuoriesce dalla superficie descrivendo tratti che rispondono ad una libera gestione della spazialità ed un’estetica precisa del gesto. Il segno diventa linguaggio ed esprime un concetto che è uno stato d’animo personale. 
Ho avuto la possibilità di approfondire la sua arte e fargli qualche domanda. 

Vincenzo Chetta: Buongiorno Igor, innanzitutto, complimenti per il traguardo raggiunto. Raccontaci, come è nato il tuo amore per l’arte e quali sono i tuoi obiettivi?
Igor Grigoletto: Buongiorno a te Vincenzo e grazie per i complimenti. Sono nato amando l’arte e conoscerla me l’ha fatta amare sempre di più. L’arte è il mezzo che mi ha permesso di esprimermi al meglio. Questo mondo fa parte di me e io di lui: fin da bambino, quando andavamo in vacanza, venivo sempre rapito dalle chiese e dai loro campanili; ero curioso di trovare somiglianze con quelle viste in precedenza o ancor più con quelle di casa. Cercavo analogie e confronti tra le opere d’arte delle varie città ed ero curioso di capire chi fosse il pittore o lo scultore. La volta che, però, fui più rapito da un’opera fu a casa di collezionisti a Savona, dove vidi una bellissima carta di Scanavino: la forza, l’irruenza nei colori e il segno distintivo, ancora continuano ad accompagnarmi nelle emozioni.

Lacquered glass 008, 2019, smalti su vetro laccato,  20×20 cm.

V.C.: Il tuo esordio è stato “figurativo”, cosa volevi narrare con i tuoi primi lavori?
I.A.:L’arte figurativa è un mezzo per esprimere sentimenti alla portata di tutti. Ho avuto, però, la necessità di esprimermi senza cercare l’approvazione del prossimo, raccontare me stesso, libero da ogni condizionamento. All’inizio utilizzavo il corpo umano per rappresentare il mio pensiero, poi ho maturato una consapevolezza che mi ha portato a focalizzarmi sul concetto. Il pensiero e l’emozione, in fondo, devono essere spiegati e vissuti in modo puro, semplice e senza troppi compromessi.

V.C.: In che modo le tue origini ed i tuoi numerosi viaggi all’estero hanno contribuito nella creatività delle tue opere?
I.A.:Viaggiare mi ha permesso di allargare i miei orizzonti, conoscere altre culture mi ha aiutato ad aprire la mente. In particolare, un viaggio in Oriente mi ha fatto scoprire che la tranquillità e il silenzio portano a più risultati della frenesia e del rumore, è per questo che sto introducendo nel mio linguaggio artistico un segno sintetico, ripulito da gestualità che porterebbero solo al rumore della confusione, facendo perdere il filo del discorso.

V.C.: Infatti si nota l’abbandono dell’elemento figurativo verso un astratto sintetico…
I.A.:Tutto scaturisce dalla continua ricerca del mezzo più espressivo per descrivere o narrare un legame: a ogni segno viene associato un ricordo. Il processo evolutivo ha inevitabilmente portato ad abbandonare sia i supporti che le tecniche più tradizionali in favore di un approccio rivolto a nuovi linguaggi. Le tecniche che utilizzo sono molto veloci, hanno tempi di lavoro complessi, e ciò mi permette una maggiore produzione. La mia espressività sta diventando sempre più essenziale, si sta liberando di decori superflui. Essenzialità e immediatezza sono due aggettivi che caratterizzano questa mia ultima fase  e la mia personale ricerca mi sta portando a sperimentare nuovi supporti.

V.C.:  Come nasce una tua opera? Qual è il tuo processo creativo?
I.A.:Tutto nasce dalle immagini che si affacciano alla mia mente e che stimolano la mia immaginazione. Quando osservo un pezzo di legno, un ferro o una lastra di vetro, è come se i materiali racchiudessero in sé un’immagine, che poi utilizzo.

Mirror 001, 2021, smalti su specchio, 80×80 cm.
Mirror 002, 2021, smalti su specchio, 80×80 cm.

V.C.:  Guardando le tue opere noto appunto questa diversità di materiali, quali sono a tuo avviso i più adatti al tuo progetto?
I.A.:I materiali che preferisco sono quelli concreti, sono un ricercatore del linguaggio. Ogni supporto, ogni oggetto contiene e racchiude in sé un valore ulteriore, ad esempio la semplice rete metallica nelle mie creazioni diventa struttura sulla quale imprimere i miei segni. Lo stesso concetto vale per tutti gli altri supporti: la decontestualizzazione dell’oggetto, la sua reinterpretazione e l’autonomia dell’azione di chi lo utilizza agiscono nel mutarne il valore semantico e iconografico, se non addirittura la sua stessa natura.

V.C.:  Tra i materiali che utilizzi, quali sono i tuoi preferiti?
I.A.:Prediligo materiali che sento vivi, il legno, ad esempio, ricopre un ruolo indispensabile alla vita, poiché pulito, ecologico, caldo e versatile. La pietra, invece, da sempre utilizzata come arma di difesa, strumento di lavoro o materiale da costruzione, è concepita come elemento apparentemente inerte, ma, al tempo stesso, carico di forza e di energia. Il ferro, in prima analisi duro e rigido, se lavorato con pazienza e passione, assume forme morbide e leggere, inaspettate. È però il vetro il materiale che più conosco, lavoro e che, da ormai decenni, trasformo. Si tratta in questo caso di un materiale che pare fragile, ma che, se usato con cura e maestria, può perdurare nel tempo, senza troppi lavori di restauro. Nonostante la sua fragilità, troviamo in esso riparo e rifugio. Così al suo interno racchiudo il ricordo di antiche gesta, tradizioni e culture, legami inscindibili.

Geometrie 002, 2019, ferro, filo di cotone e smalto, 136×60 cm.

V.C.:  La linea assume il ruolo di elemento di riconoscibilità. Che valore ha per te questo segno?
I.A.:La linea non è concepita come strumento separatore, bensì come elemento di unione. Essa unisce e lega. Le linee sono di forte impatto e contrasto, capaci di trascrivere l’espressione del mio pensiero. Rosso come simbolo di passione, fuoco, calore, o giallo per la solarità, la vitalità. Bianco e nero, invece, come semplicità che determina il contrasto.
Ho sempre cercato di catalizzare l’attenzione dello spettatore che, indirizzato dai particolari delle mie opere, voglio che non si distragga. I contrasti cromatici sono semplici, ma molto diretti, cerco di essere il più incisivo possibile nel definire e specificare la mia narrazione.

V.C.:  Parliamo ora della linea come elemento costante all’interno delle tue opere. Come mai questa scelta? 
I.A.:La linea rappresenta la semplicità, ma anche il rigore e la regolarità. Penso siano espressione della mia personalità genuina, concreta, fatta di valori semplici e condivisibili. Sono aperto a tutto, ma ho anche la tendenza a chiudermi in schemi rigorosi e prestabiliti, perché mi danno una certa sicurezza. Sono anche una persona estroversa: mi piace conoscere gente e culture differenti, condividere i miei pensieri, le mie esperienze, ma allo stesso tempo sono molto pudico quando si parla delle mie emozioni. Quello che provo e vivo riesco solamente ad esprimerlo attraverso la mia arte.

Geometrie 003, 2019, ferro, filo di cotone e smalto, 167×70 cm.

V.C.: Quanto conta la spazialità nella realizzazione delle tue opere?
I.A.:Per me è quasi più rilevante l’ombra che il soggetto stesso, poiché è conseguenza dell’azione. Le mie linee si dispongono liberamente nello spazio e questa loro mobilità, questa vibrazione, sa creare quelle conseguenze che diventano ancor più interessanti degli elementi stessi che le generano.

V.C.: Come collochi le tue opere nel mondo dell’arte?
I.A.:Le mie opere sono fondamentalmente il frutto di una ricerca sia di stile che di contenuti. Elasticità progettuale, intesa come ricerca espressiva, non esclude il rigore di equilibri all’interno dell’opera. Si ha spesso l’errata e superficiale tendenza ad associare una linea semplicemente a un segno, istintivo e privo di significato. All’interno dei miei lavori ciascun elemento della composizione è pensato, visualizzato in primis idealmente nel mio immaginario e, successivamente, metodicamente trascritto sulla superficie. Ogni segno riporta in sé l’esperienza di un vissuto. Ogni legatura racchiude in sé uno o più elementi narranti. La creazione di segni è per me un rito vero e proprio, una piacevole rievocazione del passato. La ricerca stilistica riporta a un tempo trascorso, tempo che è storia e ci permette di vivere il presente.


I pilastri dell’architettura, 2021, legno di recupero dopo l’alluvione bruciato e filo di cotone rosso, 90x180x20 cm. Studio Calvi Ceschia Viganò, Sanremo

V.C.: Quali sono i rapporti tra il pubblico e la tua produzione artistica? 
I.A.:Il giudizio del pubblico vale quando lo spettatore prova emozioni. Lo scopo è quello di emozionare esprimendo ciò che è in me. L’opera deve diventare uno strumento, un mezzo per attivare un confronto dialettico. Per quanto riguarda il mercato, invece, non sono influenzato dalle sue dinamiche attuali, non essendo un artista del “sistema” posso godere di autonomia e libertà.

V.C.: Ti ringrazio per averci dedicato un po’ del tuo tempo per raccontarti meglio ai nostri Lettori e congratulazioni per la tua carriera in continua ascesa.
I.A.:Grazie a te Vincenzo e a tutta la Giuria del BIANCOSCURO Art Contest che ha creduto in me e nella mia Arte, alla prossima!