
Artisti: Sara Zunino, Elie Chammaa e Joy Nevermind
Sabato 24 Ottobre Apertura alle 15
Aperitivo dalle 17 alle 20:30
Domenica 25 Ottobre dalle 15 alle 19
Chiasso Perduto
Via de’ Coverelli 4R – 50125 Firenze
La prima residenza di gruppo a Chiasso Perduto propone un dialogo tra tre artisti che vivono e lavorano in questo territorio, ma provengono da altri luoghi. Una condizione che apre una prima riflessione sul rapporto con il luogo che abitiamo: che cosa riceviamo da un territorio? Che cosa sentiamo di aver lasciato, o che ci è stato tolto, nel momento in cui abbiamo scelto di viverci? E, infine, che cosa portiamo con noi, che cosa condividiamo e che cosa restituiamo alla città che ci accoglie?
A partire da queste domande, il confronto tra gli artisti ha dato origine a percorsi distinti, ciascuno radicato nella propria ricerca, ma attraversato da una nuova relazione con lo spazio e con il contesto urbano. Elementi estetici e linguaggi già presenti nelle loro pratiche hanno iniziato ad assumere significati differenti, trasformandosi attraverso l’esperienza della residenza e l’incontro con il territorio.
È interessante osservare come lo sguardo di chi non appartiene per origine a un luogo possa restituire al luogo stesso una visione inedita. La distanza, anche quando si trasforma in appartenenza, conserva una capacità di osservazione particolare: permette di riconoscere ciò che per chi abita quotidianamente una città è diventato familiare, quasi invisibile. Allo stesso tempo, l’esperienza di chi arriva da altrove è attraversata da un processo continuo di negoziazione, in cui familiarità ed estraneità, attrazione e disorientamento convivono.
La città diventa così qualcosa di più di uno sfondo sul quale sviluppare una ricerca artistica. Diventa un interlocutore, un organismo con cui confrontarsi, uno spazio di relazioni e di possibili trasformazioni.
Sara Zunino – Oblio

Artista ligure che riflette sullo spostamento geografico e sulla migrazione, intrecciando la dimensione collettiva con la memoria familiare, che diventa il punto di partenza per interrogarsi sul modo in cui le migrazioni vengono percepite e raccontate, tanto dalle persone quanto dalle istituzioni e dai governi. Accanto alle decisioni politiche, alle frontiere e alle categorie attraverso cui si distinguono le diverse forme di mobilità, Sara ci parla della dimensione umana e degli oggetti che accompagnano un viaggio come base per la ricostruzione di un senso di casa.
La città offre a questa ricerca un contesto significativo dato che la mobilità ha almeno due forme molto diverse, da una parte c’è il turismo, temporaneo, intenso e visibile, dall’altra ci sono le migrazioni di chi arriva per cercare un luogo in cui vivere, lavorare e costruire un futuro, persone che a seconda dell’origine possono essere ai margini.
Sara introduce due oggetti normalmente marginali, il primo è una busta di plastica come quelle che vengono consegnate alle persone migranti al loro arrivo sulle coste italiane, con i beni di prima necessità. È un oggetto essenziale, funzionale, apparentemente privo di valore ma nel momento in cui una persona viene identificata attraverso numeri, procedure amministrative o categorie collettive, la busta rimane una presenza concreta, è ciò a cui si aggrappano, la busta testimonia una condizione di necessità e una forma di accoglienza ridotta all’essenziale, un contenitore di ciò che rimane dell’idea di casa, quando il nome, la provenienza e l’identità rischiano di scomparire. Sara trasforma questo elemento in qualcosa di prezioso, restituendo attenzione a quel lembo di casa che rappresenta.
Il secondo elemento è il mocio, strumento di pulizia ordinario ma carico di implicazioni sociali, attraverso il quale affronta il tema del lavoro invisibile e di quelle presenze che rendono possibile il funzionamento quotidiano di case, uffici e luoghi pubblici, ma che raramente vengono riconosciute come parte dello spazio. I lavori di pulizia, sono svolti quando gli altri sono assenti, mentre gli altri dormono, chi li fa pur trovandosi fisicamente nello stesso spazio viene spesso ignorato, eppure se quel lavoro si interrompesse, sarebbe all’improvviso molto visibile, un’assenza renderebbe visibile le persone.
La ricerca di Sara è attraversata da una particolare sensibilità poetica, pur affrontando temi complessi, come la migrazione, le disuguaglianze e l’invisibilità sociale, senza fare una denuncia diretta ma usando oggetti riconoscibili, vicini all’esperienza quotidiana, per costruire uno spazio di riconoscimento. La sensibilità non attenua la durezza dei temi affrontati ma ci permette di avvicinarci alle sue riflessioni di essere forse più vicini all’ascolto altrui.
Elie Chammaa – Un pesce fuor d’acqua

Artista libanese nato a Beirut, Elie Chammaa sviluppa una ricerca prevalentemente pittorica, caratterizzata da una narrazione visiva che intreccia situazioni quotidiane, incontri inattesi ed elementi immaginari. La dimensione autobiografica è spesso il punto di partenza per costruire storie aperte, nelle quali il familiare assume improvvisamente una qualità insolita, talvolta assurda, quasi fiabesca. La sua pittura, immediata e accessibile, invita lo spettatore a entrare nelle immagini per poi dischiudere significati più profondi, legati all’identità, alla vulnerabilità e alle dinamiche che regolano il nostro rapporto con gli altri. Le sue opere aprono uno spazio di confronto con i nostri preconcetti, le nostre paure e quelle zone di solitudine che spesso custodiamo in silenzio, ponendo una domanda fondamentale: quanto possiamo davvero comprendere dell’altro?
Durante la residenza a Firenze, il fiume Arno è diventato per Elie il punto di partenza per interrogare il senso di appartenenza e il modo in cui ci relazioniamo all’ambiente che abitiamo. Il pesce, presenza silenziosa e spesso inosservata del fiume, si trasforma in una figura attraverso cui esplorare l’esperienza di sentirsi, talvolta, un pesce fuor d’acqua.
Trasferirsi in un altro Paese significa entrare in un contesto sociale e culturale già strutturato, nel quale trovare il proprio posto richiede un continuo equilibrio tra adattamento e resistenza. La solitudine può renderci più vulnerabili, mentre il gruppo può offrire protezione e sicurezza. Allo stesso tempo, appartenere a una comunità non significa necessariamente sentirsi al sicuro, così come trovarsi nel proprio ambiente non ci mette al riparo dalle difficoltà. Il pesce incarna questa ambivalenza: può essere predatore o preda, minaccia o compagno, creatura potente o essere intrappolato. La sua posizione cambia a seconda delle circostanze e dello sguardo di chi lo osserva.
Attraverso un intervento pittorico murale e alcune incursioni scultoree, Elie ci invita a immergerci in un fiume immaginario, popolato da presenze che mettono in discussione le nostre categorie di appartenenza ed estraneità. La diversità può essere percepita come una risorsa o un limite, un’apertura o un ostacolo. L’esperienza di chi arriva da un altro Paese, ma anche di chi si sente distante dal contesto in cui è cresciuto, si colloca in questa zona ambigua, dove il desiderio di appartenere convive con la necessità di rimanere differenti. Perché appartenere a un luogo non significa necessariamente sentirsi a casa, e trovare il proprio posto non elimina la continua negoziazione tra sé, gli altri e il mondo che ci circonda.
Joy Nevermind – Loop

Artista peruviana che vive a Firenze, la sua ricerca attraversa il rapporto tra realtà fisica e mondi virtuali influenzata da estetiche kawaii e cyberpunk e indaga sulle modalità attraverso cui costruiamo la nostra esperienza del reale.
Per Joy ciò che accade nella virtualità non è necessariamente meno significativo di ciò che accade nel mondo fisico. Le esperienze vissute all’interno di un videogioco e le emozioni generate dall’interazione digitale fanno parte dell’esperienza di chi le attraversa. La distinzione tra reale e virtuale diventa quindi meno immediata, un’esperienza può essere immateriale nella sua forma e produrre comunque conseguenze nella nostra percezione e nel nostro modo di stare al mondo.
Il rapporto con Firenze introduce questa riflessione in una dimensione specifica. La città, con la sua densità storica, artistica e visiva, può esercitare una forma di sovraccarico percettivo. La quantità di immagini, simboli, architetture e riferimenti culturali che si sovrappongono nello spazio urbano rischia di trasformare l’esperienza del presente talvolta impossibile.
È una sensazione che richiama, per analogia, la sindrome di Stendhal: quel fenomeno di sopraffazione psicofisica che può verificarsi davanti alla concentrazione straordinaria di opere d’arte che caratterizza Firenze. Di fronte alla densità di stimoli, la percezione può perdere temporaneamente il proprio equilibrio, la quantità di informazioni da elaborare supera la capacità di orientarsi. La città, può diventare uno spazio di disorientamento così come può avvenire nell’immersione prolungata nei mondi virtuali, in entrambi i casi, il rischio è quello di essere in un luogo senza abitarlo.
La sua ricerca si concentra su alcuni segni presenti nello spazio urbano, i motivi ornamentali delle targhe metalliche collocate a terra, elementi che normalmente attraversiamo senza soffermarci a osservare. Lei li elabora utilizzando cavi di luce che richiamano i dispositivi ma anche la metafora dell’avere un cavo a terra, qualcosa che ci riporti nel presente.
I cavi collegano l’immaginario digitale alla materialità degli oggetti, il mondo virtuale al corpo di chi lo attraversa. I simboli urbani, sottratti alla loro collocazione originaria, vengono trasformati in una struttura installativa accompagnata da un video, dando vita a un ambiente nel quale lo spettatore è invitato a sperimentare una possibile perdita di orientamento.
Joy ha creato un personaggio che si chiama Yukio, che appare come lei vorrebbe essere esteticamente e mentalmente, e che immagina come una possibile evoluzione della propria umanità. Yukio diventa testimone dell’esperienza, osserva il contesto e l’esperienza, l’installazione si trasforma in un luogo temporaneo da abitare anche per lei. Una ciocca di capelli di Joy, l’unica parte che non aveva mai tagliato fino a questo momento, introduce un legame fisico con la sua permanenza, questo frammento corporeo diventa così una traccia concreta del tempo trascorso e un punto di connessione tra Yukio e l’ambiente che l’artista ha costruito, e si colloca fra le due dimensioni, fra il mondo virtuale il pubblico posizionato in una realtà incerta, una condizione di passaggio, sospeso tra riferimenti riconoscibili e connessioni inattese.
https://www.instagram.com/joy_nvrmnd_art
Progetto a cura di Sandra Miranda Pattin & Francesca Morozzi